IL RUGBY COME COLLANTE: groupship in azienda

“Sa cosa devo fare io in campo? Abbassare la testa e spingere. Basta, non serve capire altro”

(Martin Castrogiovanni)

Il rugby è perfetto per lavorare sul concetto di team building o come piace chiamarlo a noi di groupship.

Con Silvana, la nostra imprenditrice alle prese con una difficoltosa gestione del personale, abbiamo, quindi, condiviso un percorso di team building col rugby. Una giornata in outdoor in cui i suoi collaboratori, insieme a lei, hanno appreso le tecniche di gioco del rugby e lei per prima, come imprenditrice e leader, ha imparato ad abbassare la testa e spingere.

“Mi sono letta tutto ciò che ho trovato in rete sul rugby”

Ce lo ha detto poco prima di entrare in campo. Sapeva le regole, aveva già pensato a quali potevano essere i ruoli per i suoi collaboratori, 15 persone in totale. Difficile poter disputare una partita, questo, tuttavia, non era il nostro obiettivo.

Il rugby insegna a chi lo pratica a trasformare il gruppo in un “uno”, in un sistema dove si può raggiungere un obiettivo avanzando sempre tutti insieme passando la palla all’indietro.

Insegna pertanto l’integrazione e l’inter-dipendenza.

Il rugby insegna quindi che attraverso una buona coesione del gruppo si possono raggiungere efficacemente degli obiettivi e la condivisione di valori comuni rende più semplice rinunciare ad un successo personale e considerare altrettanto soddisfacente un successo condiviso (senso di appartenenza o groupship).

 

Prima della giornata in outdoor abbiamo lavorato in aula esplorando i valori del gruppo, valori che abbiamo poi portato in campo per cementare l’identità del gruppo e il senso di appartenenza.

“La resistenza iniziale era alta, lo ammetto. Quando ho parlato ai ragazzi del rugby, erano entusiasti. Pensavano li portassimo a vedere il Calvisano. Quando hanno capito che ci andavamo per giocare, le espressioni dei loro visi sono cambiate!”

( Silvana )

Le situazione di rabbia e aggressività che Silvana ci aveva riportato erano diverse e venivano individuate a vari livelli di relazione. Tra lei ed i suoi collaboratori cosi come tra collaboratori di vari reparti. Il classico intramontabile tra produzione e ufficio commerciale era a livelli di scoppio.

Per questo abbiamo proposto a Silvana di lavorare sulla groupship attraverso il rugby, perchè il rugby insegna a incanalare la rabbia e l’aggressività, emozioni importanti che possono, se non comprese e incanalate, rendere difficile l’integrazione del gruppo, l’interdipendenza e la coesione.

Quasi sempre emozioni di questo tipo, se non riconosciute allo stato germinale,possono essere fonte di tensione, invidia, demotivazione e competizione “negativa”.

Questo può portare a danneggiare l’immagine aziendale, internamente certamente, e verso il cliente in seconda istanza. Ogni imprenditore e manager sa bene che ciò significa danneggiare il fatturato ed il profitto.

Un’altro aspetto che un buon imprenditore o manager non può prescindere è il lavoro sulle soft skills. Le competenze tecniche o hard skills sono ormai oggetto di corsi obbligatori a vari livelli ma delle soft skills se ne parla ma si agisce, purtroppo, ancora poco. Eppure anche l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) ne cita l’importanza in ambito professionale e le definisce come le

“ abilità, competenze che è necessario apprendere per mettersi in relazione con gli altri e per affrontare i problemi, le pressioni e gli stress della vita quotidiana”.

Le abilità o soft skill individuate dall’OMS sono:

  • La conoscenza di se;
  • Le fonti di conoscenza di se;
  • Le relazioni con gli altri
  • Le modalità comunicative
  • Il problem solving;
  • Il pensiero divergente;
  • Il senso critico;
  • L’autoconsapevolezza.
  • La gestione delle emozioni;
  • La gestione dello stress;
  • Le strategie di coping.

Avendo effettuato una analisi del contesto e del benessere organizzativo come da protocollo SIMPH (Short inventory to monitor psycosocial hazards) abbiamo condiviso con Silvana un percorso che allenasse la gestione delle emozioni e dello stress e le modalità comunicative. Lo abbiamo fatto selezionando i ruoli in base ai profili psicologici derivati dai test di assessment.

Silvana è rimasta molto sorpresa quando la scelta del capitano da lei fatta sulla carta è stata smentita dal gruppo. Del resto, in azienda come nel rugby l’allenatore sceglie il capitano ma sono i giocatori a decidere se riconoscerlo o rifiutarlo. Ed i giocatori di Silvana hanno scelto come capitano una donna, minuta nell’aspetto fisico ma determinata ed autorevole.
“Può succedere che un placcaggio non riesca […]. E’davvero un brutto momento,ma quando ci si impegna al massimo delle proprie possibilità i compagni lo sanno. E ti rispettano. Ti danno una pacca sulla spalla e ti fanno forza, << andrà meglio la prossima volta>> dicono.

(Gonzalo Garcia)

Il rugby insegna il senso di responsabilità. Le regole apprese sul campo, a metà aprile, sono state concretamente calate nell’ambito aziendale al termine della giornata in outdoor.

Oggi che scrivo è il 1 giugno, ieri abbiamo sentito Silvana telefonicamente, le sue parole sono state

“Con il vostro sostegno ho imparato il sacrificio, l’ho imparato in termini diversi da quelli che ho sempre praticato. Come imprenditrice ho appreso da mio padre a sacrificarmi per l’azienda. Con voi ho imparato a sacrificarmi per le persone che formano l’azienda che ora definisco la nostra azienda. Loro allo stesso modo, ora non storcono il naso, per un cambio di ruolo, per un mark inatteso (ndr. un’azione del rugby in cui il gioco viene arrestato e ripreso da quel punto preciso) e condividono tra loro molto più spesso con terzi tempi goliardici ma molto aggreganti”.