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Libera professione

coaching brescia

5 cose che devi fare prima della fine dell’anno (+ 1 regalo)

Tutto il mondo pare che acceleri, andando di gran carriera, per arrivare il prima possibile ai prossimi giorni di festa.
Accelera per poi fermarsi.

Silent night! Holy night! All is calm all is bright…

Nei giorni scorsi, col mio team, abbiamo dedicato del tempo per riflettere sul nostro 2017. Personalmente, come individui e professionisti, e professionalmente come team.
Siamo partiti da alcune semplici domande. Le classiche domande che, da business coach, rivolgiamo ai nostri clienti. Questa volta, con curiosità e senso critico, le abbiamo indirizzate a noi stessi.

First thing to do: il bilancio di fine anno

Per farlo ti possono servire le semplici domande aperte di cui sopra. Eccole:

1. Qual è la cosa realizzata nel tuo business nel 2017 che ti rende più orgoglioso, più soddisfatto del tuo comportamento?
2. In questa situazione quali punti di forza hai messo in campo?
3. Cosa, al contrario, credi di non aver fatto al meglio delle tue capacità?

4. Quali sono gli ostacoli che hai incontrato?
5. Oggi, in questo preciso momento, cosa faresti di diverso?
6. Cosa vuoi realizzare professionalmente e ancora non hai fatto?

Grazie a queste domande potenti ottieni un insight chiaro e preciso dei tuoi risultati. Potresti renderti conto che hai raggiunto tutto ciò che avevi prefissato o, al contrario, che i risultati non siano poi così entusiasmanti. In entrambi i casi fai attenzione a non lasciarti influenzare troppo dallo stato emotivo che ne consegue. Potresti aver conquistato ogni tuo obiettivo ed essere euforico oppure non aver raggiunto ciò che ti aspettavi e cadere in uno stato di frustrazione. Nel primo caso l’euforia, l’entusiasmo potrebbe trarti in inganno. Premiati per i risultati, celebra il successo e poi guarda oltre.

Se, al contrario, non hai raggiunto ciò che avevi pianificato… no worries! Leggi il contesto come leva di empowerment ed allena i punti deboli che ne sono emersi. Tuoi o del tuo team.
(Se vuoi fare un bilancio più approfondito restiamo volentieri a tua disposizione per un BBC, il nostro Business balance check. )

Second thing to do: il tuo stato fisico, la tua salute

Nei prossimi giorni di festa forse esagererai col cibo o, forse, è tua abitudine farlo spesso, e così ti senti stanco, dormi male (o non dormi affatto), sei nervoso e stressato.
Oppure, sei una professionista in perfetta forma fisica, che si allena quotidianamente, si nutre con coscienza e si prende cura di sè. Bene!

In entrambi i casi ti suggerisco di pianificare i tuoi check up per il prossimo anno. Cerca un’attività che ti stimoli ad abbandonare, di tanto in tanto, l’ufficio, prendere una boccata d’aria ed allenare corpo e mente. Nel libro “Cambiare passo” Arrianna Huffington, founder dell’Huffington Post scrive:

L’attuale modello di successo, che si identifica con superlavoro, esaurimento da stress, mancanza di sonno, lontananza dalla famiglia, connessione 24 ore su 24, non funziona. Non funziona per le aziende, né per le società in cui è il modello dominante, né per il pianeta.

Nell’ultimo periodo io ho scoperto il mondo dell’arrampicata: mi stimola, mi diverte e mi porta ad essere in totale stato di flow. Me ne sono perdutamente innamorata ed è la mia palestra fisica e mentale di questo periodo. Trova l’attività che meglio si confà alle tue esigenze, che ti stuzzica e allena corpo e mente per le tue prossime sfide professionali.

Third thing to do: fai decluttering del tuo ambiente (di lavoro e non solo)

Per aggiungere valore a ciò che fai devi togliere.

Less is more.

(Ludwig Mies van der Rohe)

In Giappone vige il culto danshari il cui nome deriva dall’unione di ben tre verbi: dan (rifiutare), sha (buttare) e ri (separarsi dal desiderio di possesso).
Come a dire: butta le scartoffie depositate sulla tua scrivania, vecchie riviste, libri acquistati e mai letti (sono un’ottima idea recoaching bresciagalo) come anche vestiti (scarpe/borse) che non porti da tempo (sono una donna so quanto sia difficile!).

Mail, newsletter a cui ti sei iscritto compulsivamente, vecchi file, ebook scaricati e mai letti. Sistema il desktop del pc, evita che appaia come nell’immagine qua a fianco…

 

Fourth thing to do: fai un check up economico

Come è andato il 2017? Quali sono stati i tuoi profitti? Come calcoli i costi di produzione della tua azienda? Cosa ti serve per migliorare l’andamento economico del tuo business?
Per il 2018 verifica eventuali bandi e/o finanziamenti che possano aiutarti ad accelerare il tuo business. Chiamaci per un check up gratuito, i nostri esperti ti aiuteranno ad individuare lo strumento idoneo per raggiungere risultati economici e profittevoli duraturi.

Fifth thing to do: set realistic goals

Adesso si.

Adesso puoi pianificare il tuo 2018.

Puoi definire obiettivi che siano sostenibili per la tua azienda, per il tuo business, per il tuo team. Ricorda che se vuoi coinvolgere la tua squadra la prima cosa da fare è ingaggiare ogni membro nella definizione degli obiettivi di business. Che non significa inviare una mail del tipo “vi preghiamo di lavorare sul budget di fatturato previsto per il 2018 e comunicarlo entro il xxx!”

Come coach ti ricordo che ogni obiettivo deve essere SMART ossia specifico, misurabile, fatto di alleanze, realisticamente realizzabile e tempificato. Se non sai da che parte iniziare, scarica la nostra worksheet cliccando qui.
Ci sono molte altre cose che potresti fare a fine anno ma, a mio modo di vedere, ritengo che questo sia già un ottimo punto di partenza.

Dimenticavo, a Natale, si dice, siamo tutti più buoni.

Forse è il momento giusto per fare una telefonata ad un ex amico, un ex collaboratore, una persona con la quale ti vuoi scusare, vuoi riallacciare o anche definitivamente chiarire e chiudere.
Fa parte del clean up your mind and your soul.

So..now, what else?

Silent night! holy night! All is calm all is bright!

 

 

to you all!

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Vuoi un team più performante? ROMPI LA ROUTINE DEL PENSIERO!

Avete mai sentito parlare di Lego?

Sento già la risposta in coro.

Ognuno di noi è stato bambino e chi non ha mai provato ad inventare, creare, immaginare battaglie, castelli, draghi, costruiti con i piccoli e grandi mattoncini.

Penso che se doveste avere davanti a voi, quel bel mucchio di mattoncini Lego, qualcuno di voi potrebbe rivivere la sua fanciullezza.

Proseguo nella mia domanda e ora vi chiedo:

avete mai sentito parlare di Lego Serious Play?

Qui già mi sto immaginando un coro meno chiassoso. Benissimo.

Lego Serious Play è un nuovo metodo, ideato dalla Lego, che ha come suo obiettivo principale quello di farci giocare seriamente, aiutandoci a rompere la routine del pensiero. Partiamo da una semplicissima frase:

“Le persone non sanno neppure ciò che conoscono”

Molto spesso, ognuno di noi, nemmeno conosce ciò che sa! Vi faccio un semplice esempio.

Sono mamma di due bimbi, 10 e 8 anni.

Il più piccolo, ha il compito di leggere un libro su Einstein e farne il riassunto. Bene: eccoci alle prime difficoltà.

–  Francesco-dico io- forza raccontami ciò che hai capito.

Occhi rivolti verso il cielo, balbuzia in azione, respiro affannato, tanti “che”, tanti “e poi”, ed infine la verità:

– Mamma, non mi ricordo tanto, anzi non so nemmeno cosa ho capito…”.

– Perfetto-aggiungo io – guarda davanti a te, hai tutti questi allegri mattoncini, ti andrebbe di costruire con le tue mani, ciò che hai capito?

Un volto luminoso, sorridente e auto sfidante, è ciò che mi sono trovata davanti.

Ecco che le mani hanno iniziato a togliere tutte le coaching bresciabarriere, i timori, le difficoltà che tutte insieme nella testa, gli impedivano di avere chiarezza.

Risultato: una meraviglia!

Lo vedete nell’immagine.

 

Ogni dettaglio ha avuto la sua meritata collocazione!

C’era persino Edison con la sua lampadina!!

Lego Serious Play è lo strumento, che, utilizzato con il Business Coaching, riesce a togliere quelle barriere, quegli ostacoli, quei blocchi, spesso invisibili, impediscono ad ogni elemento (anzi ad ogni mattoncino) del team aziendale di vedere ciò che di bello ha e nemmeno conosce!

p.s. nella foto un export manager durante un nostro corso, sta costruendo la propria identità professionale prima di dedicarsi al proprio team per incrementare il business all’estero.

 

Testo di Dr.ssa Maira Cominelli

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The daily bread: guadagnarsi la pagnotta

Chi non ha usato almeno qualche volta l’espressione “guadagnarsi la pagnotta” riferendosi al proprio lavoro e a ciò che si fa per portare a casa uno stipendio a fine mese?

Senza soldi non si mangia, quindi niente pane se non si lavora.

Un’immagine forse un po’ demodé, ma usata anche da altre lingue, come ad esempio l’inglese che parla di guadagnarsi il “daily bread”, letteralmente il “pane quotidiano”.

Si tratta forse di un articolo sull’arte della panificazione?

No, oggi vi parliamo di alcuni modi particolari e inusuali di guadagnarsi la pagnotta nel mondo.

E, soprattutto, delle parole che sono state coniate per descrivere tali attività.

Come abbiamo già scritto nelle scorse settimane, se una lingua crea una parola per identificare un concetto o un oggetto è perché esso riveste una certa importanza per quella cultura o ne riflette semplicemente un fenomeno diffuso.

L’espressione giapponese yo o wataru significa letteralmente “attraversare il mocoaching bresciando a piedi”, ma nulla ha a che vedere con un semplice viaggio: essa si traduce con la frase “guadagnarsi da vivere”.

In Russia c’è chi sbarca il lunario facendo il koshatnik, cioè il contrabbandiere di gatti rubati, mentre in Danimarca vi potrebbe capitare di candidarvi per un posto vacant
e come fyrassistent, l’assistente del custode di un faro.

 

Se invece doveste conoscere un hawaiano che
lavora come lomilomi, sappiate che state parlando con il massaggiatore del capo… che si occupa anche della pulizia dei suoi sputi.

Se vuoi vendere in un paese “straniero” devi conoscerne usi e costumi, in poche parole, devi conoscerne la cultura.

Ellecubica è a fianco delle PMI per aiutarle ad entrare nel mondo del lavoro del paese nel quale desiderano esportare grazie a innovative strategie di export coaching e a collaboratori preparati e motivati.

Ogni paese richiede una strategia di ingresso specifica che tenga conto non solo delle mere caratteristiche economiche ma anche culturali di ogni singola realtà.

Contattaci per avere informazioni circa i nostri servizi di export coaching.

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FATTORE PROTETTIVO³: i 3 passi per evitare che il tuo team si bruci al sole durante l’estate

Finalmente arrivano le meritate ferie estive!

Riposo per gli operativi, per gli impiegati commerciali e amministrativi,  per il manager, per le tastiere dei pc e per la fotocopiatrice, per il telefono e per le mail.

Staccare la spina nel vero senso della parola per rilassarsi e ricaricarsi.

Chiudere le porte dell’azienda per qualche giorno, senza dimenticarsi, però, della protezione solare.

Caro imprenditore o manager, non lasciare che la tua impresa si bruci sotto il caldo sole di agosto. Proteggila come fai per la tua pelle in estate, con la giusta crema protettiva per non incappare in spiacevoli inconvenienti durante le ferie o al rientro in azienda a settembre.

E’ durante il periodo estivo, a ridosso delle ferie, il momento adatto per pianificare la corretta strategia per iniziare l’autunno con serenità e consapevolezza. E naturalmente per godersi le vacanze senza pensieri.

In cosa consiste la “crema business protettiva” da spalmare per proteggere la tua azienda e preparala al rientro dalle ferie? Innanzitutto nel contattare Ellecubica per pianificare insieme il migliore percorso per costruire e motivare un “team vincente” con gli strumenti del coaching e della nostra formazione tailor made.

Ed ecco a te la nostra seconda “ELLECUBICA CHECK LIST”,  che potrai utilizzare prima delle ferie per controllare l’organizzazione e la strategia della tua azienda e goderti le ferie senza “stress da rientro”:

CHECK LIST DEL TEAM

1. Sei certo che la stanchezza manifestata dai tuoi collaboratori in queste settimane sia semplicemente colpa del caldo o del bisogno imminente di ferie e non sia piuttosto una questione di motivazione? Ricorda che per costruire un team vincente è necessario avere dei collaboratori motivati tutto l’anno.

2. Sai ri-conoscere la leva motivazionale dei tuoi collaboratori per poterli supportare nel performare al loro meglio restando motivati? Se a settembre vuoi farlo noi abbiamo lo strumento che fa per te.

3. Ti sei mai chiesto come ti vedono i tuoi collaboratori? Il nostro consiglio è non dare mai nulla per scontato perché un vero leader si mette in discussione e cerca di migliorare prima se stesso per poi potenziare il suo team. QUALE SARA’ LA TUA STRATEGIA DA SETTEMBRE?

ELLECUBICA è a disposizione della tua azienda per un check-up approfondito, proponendo strumenti concreti per lo sviluppo del tuo business attraverso la formazione, la consulenza ed il coaching .

Contattaci per maggiori informazioni.

In agosto chiudiamo dal 12 al 27 per ricaricarci e presentarti le nostre novità autunnali.

Se vuoi vedere la checklist #1 per l’export clicca qua

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Hai un Dani Alves nel tuo team?

La Juventus ha vinto il sesto scudetto consecutivo, la Coppa Italia ed è in finale di Champions.

Che se ne dica questo dimostra un gioco di squadra che funziona alla perfezione. Dove ognuno fa bene il suo compito, lo fa in modo egregio, rasentando l’eccellenza.

E’ innegabile che si stia parlando di una squadra con ottimi giocatori per ragioni che il business conosce bene. Ma, un conto è potersi permettere i migliori collaboratori, un altro è metterli nella condizione di performare al meglio.

Nello sport come nel business sappiamo che, per fortuna, non è mai solo questione di soldi. 

Sono tifosa juventina dalla nascita, ma non seguo il calcio da anni. Tuttavia, amando lo sport, mi lascio, volentieri, affascinare ed incantare dal gesto atletico, qualsiasi sia lo sport. Il 3 maggio scorso ho deciso di guardare la partita contro il Monaco e sono rimasta attaccata allo schermo sino al fischio finale.

Di fronte agli strabilianti, creativi quanto precisi passaggi di Dani Alves in questa partita (che puoi vedere al link in fondo all’articolo) mi sono presa del tempo per riflettere, anche e soprattuto in ottica di improvement del prossimo corso del 16 giugno “Costruire un team vincente”. 

Sono profondamente convinta che lo sport di squadra sia da prendere come esempio anche nel business con particolare attenzione ai diversi ruoli del team.

Al corso del 16 giugno parlerò dei ruoli indispensabili in un team vincente, un team che possa performare al meglio e raggiungere gli obiettivi prestabiliti.

Lavoro in azienda da più di 20 anni, dal 2011 come consulente, coach e formatrice per far crescere il business. Un tempo sufficiente per poter affermare con certezza che

Il lavoro di squadra divide i compiti

e moltiplica il successo

(Anonimo)

 

Ma come si fa a dividere i compiti?

Sulla base delle competenze ovvio, ma non basta.

Quasi mai.

Forse questo è stato anche l’errore del Barcellona, forse.

Fatto sta che in una intervista alla ABC spagnola del febbraio scorso (la trovi in fondo all’articolo) Dani Alves ha parlato di competizione e zona di comfort.

“Volevo uscire dalla mia zona di comfort e competere ad alto livello in un club storico e vincente, perché sono un vincente.

E la Juventus lo è altrettanto.

E’ un’istituzione che ha sempre qualcosa da insegnarti, che compete sempre”.

Ed allora io mi chiedo: quanto sono abili i manager e imprenditori che incontro ogni giorno ad insegnare sempre qualcosa, a creare quella sana competizione (il termine viene dal latino e significa “andare insieme verso uno stesso punto”) che è il motore dello spirito di squadra?

Solitamente, in una scala da 1 a 10, il voto è 3, massimo 4.

Molto più spesso il pensiero diffuso pare sia quello di mettere i propri collaboratori l’uno contro l’altro, con premi a pioggia, obiettivi volutamente poco chiari, spruzzate di stress ad intervalli regolari. Si crede, erroneamente, che questo possa essere il modo giusto per motivare i collaboratori a fare del proprio meglio. Ma ciò può essere valido per alcuni, forse, ma non per tutti.

Quelli come Dani Alves se ne vanno, come, abbiamo visto, e vanno a costruire il successo di qualcun altro, magari proprio a tuo discapito.

E Dani infatti prosegue

“Andarmene gratis dal Barcellona è stato un gesto di classe. Durante le mie tre ultime stagioni sentivo sempre dire che Dani Alves se ne sarebbe andato, ma i dirigenti non mi dicevano mai nulla in faccia. Sono stati falsi e non mi hanno portato rispetto, offrendomi il rinnovo”

In un periodo in cui nel mondo del calcio tante cose stanno cambiando (pare che dal 2019 possa entrare in vigore l’espulsione a tempo, su proposta dal responsabile dell’innovazione tecnologica della FIFA, alias Marco Van Basten) le persone fanno ancora la differenza.

Per fortuna.

Ancora dal mondo dello sport:

Le persone che lavorano insieme vinceranno. Sia che si stia lottando contro una complessa difesa di football, o contro i problemi della società moderna.

(Vince Lombardi)

Il mio consiglio è questo, se hai un Dani Alves nel tuo team, se hai un collaboratore che sacrifica spesso se stesso per il collega, cerca di scoprire quale è la sua leva motivazionale e offri i giusti incentivi.

Se vuoi scoprire come si fa ti aspetto al corso del 16 giugno. Sino al 30 maggio la tariffa è early bird.

Puoi iscriverti da qui.

Lucilla Rizzini, Business coach & Trainer

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LINK AL VIDEO HIGHLIGHTS MONACO – JUVE

link : vedi al minuto 0.30 e al minuto 1.30 in particolare)

INTERVISTA A DANI ALVES ABC.ES

(Clicca qui )

Leggi anche

Come ottenere uova d’oro dalle tue galline

e

C’è invidia nel team? Ottimo, li farà eccellere

 

coaching brescia

Relazioni da fast food

“Trovare un uomo serio è quasi impossibile”

“Non ci sono più le brave ragazze”

Almeno in  questo senso, le relazioni sembrano essere democratiche: tutti si lamentano della stessa mancanza.

Ma se uomini e donne vogliono la stessa cosa e quindi, la domanda e l’offerta si equivalgono, come fanno tante persone a non incontrare l’anima gemella?

Credo che a monte ci siano due aspetti importanti che non riguardano l’altro ma noi stessi.

Il primo aspetto riguarda il tipo di atteggiamento verso la relazione. Non basta desiderare una relazione, è necessario conoscere i propri bisogni inespressi che, come la polvere negli ingranaggi, sono invisibili ma possono rallentare e spesso “rompere” il naturale funzionamento. Tutti i bisogni inespressi si accompagnano alla sensazione dell’altro di non “sentirsi rispettato”.

 

Nel corso “Le relazioni dalla A alla Z” affronto le “tipologie” di persone in base ai loro bisogni inespressi.

Si comincia dall’uomo (o donna) “ape” fino ad arrivare all’uomo (o donna) “vampiro”, passando per l’uomo (o donna) fast food, vera piaga per la salute del cuore. Il parallelismo con l’obesità e i problemi cardiovascolari connessi non fa una piega.

I tipi da fast food entrano nelle relazioni con leggerezza, se non gli piace il prodotto, non tornano o se lo fanno è perché non hanno alternative valide, hanno bisogno di qualcosa di veloce e poco nutriente. Relazioni che riempiono senza nutrire. La persona che sceglie questa modalità relazionale quasi sempre pensa che nessuno ci perderà e ignora che l’altro potrebbe invece sentirsi come “un cibo spazzatura”.

Il secondo aspetto, strettamente connesso al primo, riguarda il nostro wi-fi emotivo: se parliamo di tipologie significa che nelle relazioni, entrano “delle caricature” e non le persone vere.

E’ sempre più facile essere connessi virtualmente con le persone ma, emotivamente, il nostro wii-fi è spento.

Brené Brown nelle sue ricerche si è occupata di “connessione”,”vulnerabilità”, “vergogna”, “coraggio” e “coraggio”, condizioni indispensabili per entrare in relazione con l’altro.

La vulnerabilità è uno stato d’animo associato all’incertezza, all’inquietudine eche si prova quando non si ha il controllo di tutto e su tutto. Nelle relazioni, forse l’eccesso di controllo, porta ad essere dei tipi da fast-food (decido io se, quando, dove, perché e per quanto tempo)piuttosto che dei “vulnerabili coraggiosi”.

Queste considerazioni valgono, inevitabilmente, per l’ambiente di lavoro che insieme con la collega coach Lucilla trattiamo da un punto di vista emotivo e anche razionale.

Come si possono razionalizzare le relazioni?

Si può, se oltre a darne una lettura, emotiva lavoriamo con il coaching per acquisire consapevolezza sui nostri atteggiamenti e facciamo un piano d’azione che ci porti a migliorare i nostri piccoli gesti quotidiani nell’ambiente di lavoro. Certo tutto questo passa attraverso consapevolezza, responsabilità e impegno.

Per migliorare le relazioni in ambito professionale gli individui devono necessariamente migliorare a livello personale, non possiamo scindere il nostro ruolo professionale, di imprenditori, manager, collaboratori dalla nostra autenticità personale.

Ti vogliamo lasciare con una domanda relativamente al tuo ambiente profwifi-43872_1280essionale ed è questa:

Quanto è importante, nell’ambiente di lavoro, costruire relazioni autentiche piuttosto che scollegare il proprio wi-fi emotivo?

 

 

(Testo di Dr.ssa Simona Masneri)
coaching brescia

Thursday @ 13.37

Ogni ultimo giovedì del mese? Alle 13.37!

Perché?

Ci sono domande che restano senza risposte, sei d’accordo?

Ecco perchè non sappiamo dirti perchè abbiamo scelto l’ultimo giovedì del mese alle 13,37 per l’invio della newsletter contenenti i nostri reading tips, perchè ci piaceva, that’s it!

E’ un appuntamento creato per tutti coloro che ci scrivono chiedendoci consigli di lettura o approfondimenti sui temi che trattiamo.

Vedrai, questa nuova iniziativa piacerà anche a te!

Per il mese di aprile abbiamo messo insieme titoli da discipline diverse, li abbiamo indicati qua sotto.

E’ la nostra prima edizione e le prossime saranno arricchite da un tocco in più, per ora ti chiediamo di farci sapere che ne pensi..attendiamo i tuoi commenti.

Enjoy!

 

 

Per un primo approccio alla comunicazione interculturale

  • Ida Castiglioni “La comunicazione interculturale: competenze pratiche” [Carocci Editore]
  • Barbara Guidetti “Educazione e pedagogia interculturale in azienda” [FrancoAngeli]

Per lavorare sulla leadership e l’intelligenza emotiva

  • Daniel Goleman “Intelligenza emotiva” [Best Bur]
  • James Kerr “Legacy: 15 lessons in leadership” [Constable London]

Per esplorare il mondo del coaching

  • John Whitmore “Coaching” [S&K]
  • Miquel Angel Violan “Coaching Guardiola” [Vallardi]

Per lavorare sull’export

  • Nicola Minervini “Ingegneria dell’export” [Ipsoa]
  • Piergiorgio Valente “Internazionalizzazione d’impresa e gestione dei mercati esteri” [Wolters Kluwer]

Per leggere di altro e lasciarsi ispirare

  • Franco Michieli “La vocazione di perdersi: piccolo saggio su come le vie trovano i viandanti” [Ediciclo editore]
  • Giulia Di Placido “Tre strati” [Marco Serra Tarantola]
export coaching brescia

Come ottenere uova d’oro dalle tue galline

C’era una volta la gallina dalle uova d’oro… c’era una volta, adesso non c’è più. Il contadino l’ha ammazzata per svuotarla del suo contenuto ma è rimasto…a bocca asciutta. Niente più uova per lui.

E’ ciò che accade, spesso, a imprenditori e manager che vogliono incrementare le performance dei propri collaboratori, quelli che loro, spesso, si ostinano a chiamare “dipendenti” senza comprendere che la parola “dipendente” già di per sé esclude agli stessi la possibilità di essere autonomi e, chissà, magari pure di performare al meglio delle loro possibilità. Questa situazione è un evergreen all’interno delle organizzazioni anche quando si tratta di progetti di internazionalizzazione, in cui, ancora di più sono le specifiche competenze del singolo ad essere di vitale importanza per il buon esito del progetto.

L’imprenditore o manager che fa la “voce grossa” pur, di fatto, senza dover alzare la voce, è il miglior antidoto per l’equilibrio motivazionale dei propri collaboratori, equilibrio che è strettamente legato al senso di auto-efficacia.

La teoria di Bandura in tal senso definisce il senso di “ senso di autoefficacia “ come la convinzione nelle proprie capacità, convinzione di saper organizzare e svolgere delle azioni per gestire le situazioni e raggiungere i risultati prefissati. Ma, se il capo fa continuamente la “voce grossa” e tende a sminuire le capacità dei propri collaboratori il senso di auto efficacia diminuisce sempre di più finché la gallina torna a produrre uova classiche o, addirittura, sciopera e non produce più alcun uovo.

Tanto più i nostri collaboratori si sentiranno adeguati alle situazioni interculturali che devono affrontare tanto maggiore sarà il loro livello di ambizione ed aspirazione, la loro motivazione e le loro possibilità di avere successo.

Le situazioni interculturali, per loro natura, racchiudono tanto opportunità quanto avversità.

Lasciare autonomia nella valutazione delle situazioni e nella proposta di soluzioni è il miglior modo per motivare il proprio team e far si che continui a produrre uova d’oro.

Al contrario chiedere loro di essere propositivi e poi cassare ogni idea o progetto perchè non adeguato crea una frustrazione che può portare ben presto a situazioni di stallo prima e fuga poi.

coaching brescia

Allora che si fa?

Come si ottengono uova d’oro dalle nostre galline?

Nei percorsi di coaching, business ed export, io applico un metodo molto semplice ed altrettanto efficace.

E’ in 5 step.

Le prime due fasi alternano attività di coaching ad attività di consulenza.

Step nr. 1: eseguiamo una mappatura di competenze (hard skills) e potenzialità (soft skills) per ogni collaboratore del progetto.

Step nr. 2: definiamo i ruoli e le responsabilità per ogni risorsa allocata al progetto.

Molto spesso, il mio intervento in azienda come export coach avviene in un momento avanzato del progetto quando le risorse messe in campo non danno risultati e si corre ai ripari perchè le galline hanno smesso di fare uova o, addirittura, non hanno mai iniziato. E allora si pensa a dei cambi strategici, si naviga a vista zigzagando tra competenze che mancano e opportunità da cogliere al volo.

Il coach, a questo punto, si focalizza sulle risorse umane perchè prima di intervenire con cambiamenti drastici di strategia è indispensabile far funzionare al meglio le risorse che già si hanno a disposizione. Se ancora non è presente si fa una mappatura + ridefinizione (come da step precedenti) utilizzando gli strumenti dell’export coaching.

Se invece la situazione è già ben chiara allora ci si concentra sui passaggi successivi.

Step nr. 3: check up delle risorse interne (le nostre galline) con distinzione tra due gruppi, quelle che hanno un forte orientamento all’azione (locus of control interno) e che sono determinate a perseguire gli obiettivi che si prefiggono e, quelle che hanno un orientamento all’inazione e dipendono dagli altri (locus of control esterno) e che tendono ad avere un approccio fatalista rispetto alla loro stessa vita e all’ambiente. Per ogni gruppo c’è una tipologia di allenamento motivazionale ben diversa.

Step nr. 4: condivisione dei risultati nel gruppo di lavoro per identificare le azioni sinergiche da mettere in campo al fine di rimettere in circolo la motiv-azione per ognuno dei due gruppi e dei singoli collaboratori. Nel farlo viene utilizzata la tecnica bottom up che, partendo dal basso, progetta degli interventi strategici che siano condivisi e quindi automotivanti. Perché la 4° regola della motivazione ricorda

“La partecipazione attiva è motivante”

Step nr. 5: attivazione del feedback secondo lo schema SKS (stop doing, keep doing & start doing) tra imprenditore/manager e collaboratori partendo da tre semplici domande:

  1. Per raggiungere il nostro obiettivo di export cosa dobbiamo smettere di fare (internamente come fattore demotivante ed esternamente come errore strategico)?
  2. Cosa dobbiamo continuare a fare (internamente come fattore potenziante ed esternamente come fattore strategico ed operativo nel breve e medio periodo)?
  3. Cosa dobbiamo iniziare a fare (internamente come fattore motivante ed esternamente come fattore strategico a medio e lungo termine)?

Last but not least: ricorda che le tue galline hanno, molto probabilmente, delle leve motivazioniali diverse dalle tue e che ciò che motiva te potrebbe de-motivare loro.

Il primissimo step è quello di esplorarle e riconoscerle:

coaching bresciaper questo ti serve un coach.

Il fai da te funziona solo se hai le competenze adeguate.

Buona giornata e un augurio pasquale con tante uova d’oro per il tuo business!

 

 

 

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La fatica di FIDARSI e il coraggio della DELEGA in azienda

“Simona, ho appena visto Carla ha bisogno di un percorso sulla fiducia e la capacità di delegare. Altrimenti la sua collaborazione lavorativa con Marta potrebbe interrompersi e così anche la loro amicizia”.

Chiudo la telefonata con Lucilla e subito penso:

“la fiducia si può insegnare e imparare?”
Si, certo! E’ come allenare un muscolo atrofizzato che prima ci rende deboli e affaticati e poi forti e resilienti. Solitamente, le difficoltà di fiducia e delega sono tematiche calde nelle aziende a conduzione familiare, Carla e Marta, invece, sono socie in azienda e amiche di lunga data.

Metto in moto la mia auto e anche il mio cervello. I miei migliori brain storming avvengono mentre guido o quando sono sotto la doccia, ma è un dettaglio poco interessante. Cosa so della fiducia? E come posso aiutarla? Raccolgo le idee.

“Fiducia, affidabilità, credibilità, capacità di affidarsi, fedeltà, onestà” “la fiducia in se stessi”, ma anche “fiducia nel mercato” , fiducia del consumatore, “il governo chiede la fiducia”.

Da questi primi confusi pensieri mi accorgo che la fiducia è un concetto trasversale: se ne sono occupati da sempre la filosofia, la sociologia e l’economia oltre alla psicologia. Tra tutti i pensieri accademici si insinua il ritornello di una canzone:

“Mi fido di te. Io mi fido di te…cosa sei disposto a perdere?”
E su questo pensiero mi fermo. Accosto e arresto l’auto.

La perdita.

“Chi ottiene la fiducia perde qualcosa?
Chi si fida che cosa perde? E se entrambi ci guadagnassero?”.
La canzone rimane in sottofondo per tutto il tempo della mia riflessione, anche adesso che sto scrivendo.
Anche se le parole nei vari contesti sono diverse il senso della fiducia è più o meno lo stesso: le persone riescono ad avere fiducia quando qualcuno fa quello che dice. In termini psicologici la fiducia si crea nell’infanzia quando un bambino vive ripetute esperienze in cui i genitori rispettano le PROMESSE fatte.

Più in generale la fiducia si sviluppa sperimentando numerose esperienze in cui gli altri sono stati credibili e attendibili. Come? Attraverso la coerenza tra le parole e i comportamenti, come dice Vecchioni in una sua canzone:

“basta vivere come le cose che dici”.
“La fiducia non è una emozione, né un sentimento, tantomeno una sensazione”, Lo spiego a Carla quando si giustifica dicendo “sento di non potermi fidare del tutto, l’istinto mi dice di non fidarmi: è più forte di me”.

La fiducia è uno stato cognitivo, è un insieme di aspettative, convinzioni, credenze che diventano, secondo Rotter, parte della nostra personalità.

Le credenze, convinzioni, aspettative, pregiudizi o preconcetti sono pensieri, modi di interpretare la realtà che possono essere cambiati. Nascono dalle esperienze precedenti, che non si possono cambiare e che insegnano a fidarci oppure no ma, l’insegnamento che traiamo, ciò che impariamo può essere cambiato, incrementato, modificato.

Se un apprendimento non è funzionale alla vita, è utile disapprendere per imparare nuovamente. Ed è quello che faremo insieme.
trustme

La fiducia negli altri si fonda su tre basi:

la fedeltà agli impegni presi e alle promesse fatte;

il rispetto delle confidenze ossia la credenza che gli altri mantengano il riserbo su informazioni private e non le usino come armi emotive che espongano a disagio, dell’imbarazzo o sofferenza;

e infine

l’onestà ovvero la credenza che gli altri dicano la verità, che abbiano intenti benevoli e non manipolatori. Gli antichi greci, prima di noi, nel mito di Damone e Pizia insegnano che la fiducia è sempre associata alla lealtà.

 

In tempi più recenti Covey individua i quattro cardini della fiducia nelle relazioni lavorative, due si basano sul carattere (integrità e intento) e due sulle capacità (abilità, risultati tangibili).

“ Dobbiamo capire da cosa nasce la tua sfiducia . E’ una questione di fedeltà, di rispetto e riservatezza, di onesta?”
“No, non credo, Marta è leale, fa quello che dice ed è onesta, anche se a volte non rispetta la burocrazia, vorrebbe aprire nuove collaborazioni e io non capisco perchè” risponde Carla.

“Quest’ultima cosa è interessante” dico “dobbiamo quindi indagare quali caratteristiche di personalità e quali di capacità non la rendono, per te, degna di fiducia”

“Non saprei, non c’è niente di così lampante, voglio rifletterci bene”.

Quando si prova sfiducia verso una persona, si tende ad attribuirle l’intera responsabilità e si attribuisce la macchia dell’indegnità e dell’incapacità. La realtà che nessuno vuole vedere è, invece, che se non ci fidiamo di una persona, parte della responsabilità è nostra.

“Quando andate al lavoro, la vostra responsabilità principale dovrebbe essere quella di creare fiducia”
R. Eckert, amministratore delegato Mattel

Mi chiedo se Carla stia offrendo a Marta le condizioni per fare bene e essere affidabile e credibile? Le garantisce un contesto dove può eccellere o dove è destinata al fallimento?

“ Ognuno è un genio ma se valuti un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà l’intera esistenza a credersi stupido”
(Albert Einstein)
e tu non avrai fiducia.

“Sei sicura di aver delineato bene con Marta i ruoli? C’è chiarezza sulla competenze specifiche e sulle competenze condivise, conosci le sue ambizioni? Le sue aree di crescita e potenziamento? La stai sostenendo?”

Carla è stanca, si lamenta del troppo lavoro e dei pochi risultati ma, come prevedibile, parte dello stress è generato da alcuni comportamenti tipici della sfiducia: accentrare il lavoro, non delegare, correggere fino a cambiare totalmente il lavoro altrui, mancanza di comunicazione.

“Sei sicura che il lavoro che le assegni e che immancabilmente ricominci tu da capo sia davvero scadente? O ha uno stile diverso dal tuo?”

“ La nostra diffidenza è molto costosa”
R.W.Emerson
“Ma perché devo fidarmi? Io proprio non ci riesco. Ho bisogno di avere il controllo” mi chiede stizzita Carla.

“Perché nella vita come in azienda siamo interdipendenti, non possiamo fare tutto da soli, in molte cose dipendiamo da altri ed è importante imparare a fidarsi. Hai potuto scegliere la farina, il lievito, il tempo di lievitazione, la modalità di cottura, la conservazione e la modalità di trasporto della briosche che mi stai offrendo e che stai mangiando? colazioneNo, ma ti stai fidando di chi ha lavorato la farina, l’ha infornata, trasportata e conservata prima che arrivassi tu al bar”.

Nel mondo del lavoro integrazione, coesione,interdipendenza e necessità reciproca sono come quattro strumenti diversi, la fiducia è la musica che permette loro di suonare insieme e avere un senso. Lo dice anche Drucker che il manager deve essere prima di tutto un buon direttore d’orchesta che sa ispirare fiducia.

 

La fatica di Carla è legata alla sua necessità di controllo e di avere garanzie ma in un team più che spendere tempo ed energie per ricercare la certezza assoluta e la previsione più precisa di successo, serve imparare a tollerare e accettare il rischio anche se fa sentire vulnerabili.

tigre“ La fiducia non da mai garanzie”
(Michela Marzano)
Ma è indispensabile.

La fiducia tocca corde molto umane. Nel parleremo nei prossimi articoli dedicati a come fidarsi e delegare e cosa fare per accrescere la fiducia.

Ed ecco che torna la canzone di Lorenzo Cherubini a ricordarmi la bellezza e la fatica della fiducia:

“Rabbia, stupore, la parte, l’attore, dottore che sintomi ha la felicità? L’evoluzione, il cielo in prigione, questa non è un’esercitazione. Forza e coraggio, la fede, il miraggio la luna nell’altra metà, lupi in agguato il peggio è passato. Forse fa male eppure mi va di stare collegato, di vivere in un fiato, di stendermi sopra un burrone e di guardare giù. La vertigine non è paura di cadere ma voglia volare!

Mi fido di te. Cosa sei disposto a perdere?”

Lascio a Carla un vasetto Ellecubica che contiene una frase su cui le chiedo di riflettere e la invito ad ascoltare la canzone “Mi fido di te”, di Lorenzo Cherubini. Le suggerisco la versione live Backup tour perché, se si ascolta con attenzione, si percepisce chiaramente l’interazione tra i vari strumenti musicali che dialogano, si sostengono, si rispecchiano.

Come l’integrazione, la coesione,l’interdipendenza e  la necessità reciproca dovrebbero suonare in un team di lavoro dove c’è la fiducia. Ascoltatela anche voi, dopo o durante la lettura. Vi impegna solo per 5 minuti.

Quando rivedrò Carla ripartiremo da qui.

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Testo di Dr.ssa Simona Masneri

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IL RUGBY COME COLLANTE: groupship in azienda

“Sa cosa devo fare io in campo? Abbassare la testa e spingere. Basta, non serve capire altro”

(Martin Castrogiovanni)

Il rugby è perfetto per lavorare sul concetto di team building o come piace chiamarlo a noi di groupship.

Con Silvana, la nostra imprenditrice alle prese con una difficoltosa gestione del personale, abbiamo, quindi, condiviso un percorso di team building col rugby. Una giornata in outdoor in cui i suoi collaboratori, insieme a lei, hanno appreso le tecniche di gioco del rugby e lei per prima, come imprenditrice e leader, ha imparato ad abbassare la testa e spingere.

“Mi sono letta tutto ciò che ho trovato in rete sul rugby”

Ce lo ha detto poco prima di entrare in campo. Sapeva le regole, aveva già pensato a quali potevano essere i ruoli per i suoi collaboratori, 15 persone in totale. Difficile poter disputare una partita, questo, tuttavia, non era il nostro obiettivo.

Il rugby insegna a chi lo pratica a trasformare il gruppo in un “uno”, in un sistema dove si può raggiungere un obiettivo avanzando sempre tutti insieme passando la palla all’indietro.

Insegna pertanto l’integrazione e l’inter-dipendenza.

Il rugby insegna quindi che attraverso una buona coesione del gruppo si possono raggiungere efficacemente degli obiettivi e la condivisione di valori comuni rende più semplice rinunciare ad un successo personale e considerare altrettanto soddisfacente un successo condiviso (senso di appartenenza o groupship).

 

Prima della giornata in outdoor abbiamo lavorato in aula esplorando i valori del gruppo, valori che abbiamo poi portato in campo per cementare l’identità del gruppo e il senso di appartenenza.

“La resistenza iniziale era alta, lo ammetto. Quando ho parlato ai ragazzi del rugby, erano entusiasti. Pensavano li portassimo a vedere il Calvisano. Quando hanno capito che ci andavamo per giocare, le espressioni dei loro visi sono cambiate!”

( Silvana )

Le situazione di rabbia e aggressività che Silvana ci aveva riportato erano diverse e venivano individuate a vari livelli di relazione. Tra lei ed i suoi collaboratori cosi come tra collaboratori di vari reparti. Il classico intramontabile tra produzione e ufficio commerciale era a livelli di scoppio.

Per questo abbiamo proposto a Silvana di lavorare sulla groupship attraverso il rugby, perchè il rugby insegna a incanalare la rabbia e l’aggressività, emozioni importanti che possono, se non comprese e incanalate, rendere difficile l’integrazione del gruppo, l’interdipendenza e la coesione.

Quasi sempre emozioni di questo tipo, se non riconosciute allo stato germinale,possono essere fonte di tensione, invidia, demotivazione e competizione “negativa”.

Questo può portare a danneggiare l’immagine aziendale, internamente certamente, e verso il cliente in seconda istanza. Ogni imprenditore e manager sa bene che ciò significa danneggiare il fatturato ed il profitto.

Un’altro aspetto che un buon imprenditore o manager non può prescindere è il lavoro sulle soft skills. Le competenze tecniche o hard skills sono ormai oggetto di corsi obbligatori a vari livelli ma delle soft skills se ne parla ma si agisce, purtroppo, ancora poco. Eppure anche l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) ne cita l’importanza in ambito professionale e le definisce come le

“ abilità, competenze che è necessario apprendere per mettersi in relazione con gli altri e per affrontare i problemi, le pressioni e gli stress della vita quotidiana”.

Le abilità o soft skill individuate dall’OMS sono:

  • La conoscenza di se;
  • Le fonti di conoscenza di se;
  • Le relazioni con gli altri
  • Le modalità comunicative
  • Il problem solving;
  • Il pensiero divergente;
  • Il senso critico;
  • L’autoconsapevolezza.
  • La gestione delle emozioni;
  • La gestione dello stress;
  • Le strategie di coping.

Avendo effettuato una analisi del contesto e del benessere organizzativo come da protocollo SIMPH (Short inventory to monitor psycosocial hazards) abbiamo condiviso con Silvana un percorso che allenasse la gestione delle emozioni e dello stress e le modalità comunicative. Lo abbiamo fatto selezionando i ruoli in base ai profili psicologici derivati dai test di assessment.

Silvana è rimasta molto sorpresa quando la scelta del capitano da lei fatta sulla carta è stata smentita dal gruppo. Del resto, in azienda come nel rugby l’allenatore sceglie il capitano ma sono i giocatori a decidere se riconoscerlo o rifiutarlo. Ed i giocatori di Silvana hanno scelto come capitano una donna, minuta nell’aspetto fisico ma determinata ed autorevole.
“Può succedere che un placcaggio non riesca […]. E’davvero un brutto momento,ma quando ci si impegna al massimo delle proprie possibilità i compagni lo sanno. E ti rispettano. Ti danno una pacca sulla spalla e ti fanno forza, << andrà meglio la prossima volta>> dicono.

(Gonzalo Garcia)

Il rugby insegna il senso di responsabilità. Le regole apprese sul campo, a metà aprile, sono state concretamente calate nell’ambito aziendale al termine della giornata in outdoor.

Oggi che scrivo è il 1 giugno, ieri abbiamo sentito Silvana telefonicamente, le sue parole sono state

“Con il vostro sostegno ho imparato il sacrificio, l’ho imparato in termini diversi da quelli che ho sempre praticato. Come imprenditrice ho appreso da mio padre a sacrificarmi per l’azienda. Con voi ho imparato a sacrificarmi per le persone che formano l’azienda che ora definisco la nostra azienda. Loro allo stesso modo, ora non storcono il naso, per un cambio di ruolo, per un mark inatteso (ndr. un’azione del rugby in cui il gioco viene arrestato e ripreso da quel punto preciso) e condividono tra loro molto più spesso con terzi tempi goliardici ma molto aggreganti”.