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Passione o pensione, cosa vuoi veramente?

“Per il progetto di internazionalizzazione ho deciso di non procedere ad alcuna attività. Ci arrangiamo come siamo. Ringrazio. Cordiali saluti.”

Elogio di un presunto insuccesso.

Ebbene si, questa è l’email di risposta di un potenziale cliente che rifiuta il nostro progetto di internazionalizzazione con l’utilizzo dei voucher TEM messi a disposizione del MISE. Un cliente che già nel 2015, senza alcun voucher, abbiamo affiancato con l’attività di export coaching portandolo all’acquisizione di 2 nuovi clienti, tutt’ora attivi. Un imprenditore che alla mia domanda successiva alla sua risposta sopra citata “che strategia intende seguire?” ha risposto “quella di arrangiarsi”.

Con questa azienda abbiamo lavorato anche con lo strumento del coaching, per un breve periodo: l’imprenditore non era ancora pronto ad un cambiamento importante. E così, succede che quando stai troppo nella comfort zone, torni alle tue vecchie abitudini, la facilità e il “ci arrangiamo così”, torna a prendere il potere, i super poteri che tu le concedi.

Ed allora, in questi casi, io ti chiedo “IMPRENDITORE, COSA VUOI VERAMENTE? PER TE… PRIMA CHE PER LA TUA AZIENDA.”

 

Tendiamo a vedere l’imprenditore e la sua azienda come un tutt’uno, ma non è cosi.

 

Gli imprenditori sono persone, con i loro vissuti, i loro sogni (spesso totalmente slegati dall’azienda…) le loro famiglie, le loro passioni, le loro insicurezze personali.

Come Simone, un imprenditore metalmeccanico con la passione per la musica con il quale con il team coaching, stiamo sviluppando un intervento per creare squadra

“voglio che siamo tutti come una band, a volte rock, a volte pop, a volte un’orchestra, evidenziando le tipicità individuali”.

Questo imprenditore sa bene cosa vuole.

Quando mi trovo difronte ad una persona che vedo essere confusa rispetto al progetto di team o export coaching sul quale lavorare con noi, io parto con tre semplici domande:

  1. Che cosa ti appassiona veramente e perchè?

Spesso ci auto convinciamo che la nostra professione sia la nostra passione. Per svariati motivi: perchè abbiamo ereditato l’azienda, perchè quel che facciamo lo facciamo bene, perchè guadagniamo bene…

2. Qual è la cosa realizzata sul lavoro, quest anno, che ti rende più orgoglioso, più soddisfatto del tuo comportamento?

Il tal progetto concluso o ancora in corso, l’aver affrontato in maniera assertiva un fornitore rognoso, la squadra che ho creato con impegno e passione. Di fronte a questa domanda vedo persone restare in silenzio per minuti per poi rispondermi “realmente, Lucilla, non lo so”.

Imprenditore, cosa vuoi veramente?

Come puoi pretendere di avere un team motivato se tu stesso non sai cosa realmente vuoi, cosa ti motiva?

3. Cosa vuoi realizzare sul lavoro ed, ancora, non hai fatto?

Il successo dipende dalla preparazione precedente, e senza una tale preparazione c’è sicuramente il fallimento.

CONFUCIO

La passione da sola non basta, ci vuole l’impegno, ci vuole responsabilità, ci vuole strategia. E, quella di arrangiarsi, qualsiasi sia il progetto, non credo sia quella adeguata.

I collaboratori sono la più grande risorsa di un imprenditore o manager e sono anche il suo più grande cruccio. Perché, sebbene siamo nell’era 4.0, le persone restano troppo spesso ancorate alle convinzioni che le bloccano al 2.0, compreso gli imprenditori stessi nonostante i mille laboratori 4.0 che frequentano.

Ma…non tutti per fortuna.

Noi di Ellecubica, siamo molto fortunati, abbiamo clienti almeno allo stadio 3.0 e con noi stanno portando avanti i percorsi Team 4.0 oppure Global Team 4.0 per continuare a crescere.

L’imprenditore dell’esempio iniziale non è più un nostro cliente e, sebbene, possa essere visto come un insuccesso, noi sappiamo bene che avrebbe portato fatturato ma non passione, non, profitto. Ci avrebbe avvicinato alla pensione (forse?) ma avrebbe minato la nostra passione.

Insegui la tua passione, non la tua pensione.

(Denis Waitley)

E tu insegui la tua passione o la tua pensione?

Per scoprire i nostri per-corsi TEAM 4.0 & GLOBAL TEAM 4.0 contact us!

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Comunicazione e sensibilità interculturale

La parola comunicazione deriva da una antica radice sanscrita (com, con il senso di “mettere in comune”) successivamente evoluta nel latino communis (comune) composto dall’unione di cum (insieme) e munis (obbligazione): vi è dunque in questa parola un elemento che richiama alla reciprocità.

Comunicare significa, quindi, condividere e la comunicazione è una consuetudine che agisce da collante della società.

In base al primo assioma della Scuola di Palo Alto è impossibile non comunicare, ovvero non esiste un qualcosa che sia un non-comportamento o, più semplicemente, non è possibile non avere un comportamento. La comunicazione non è vista come qualcosa che una persona fa ad un’altra, ma un processo in cui i soggetti creano una relazione interagendo l’un l’altro e contribuiscono a co-costruire la realtà.

Ogni comunicazione può essere quindi considerata interculturale, visto che ci permette di acquisire la capacità di accettare dei valori diversi dai nostri.

Si può dire che l’uomo possiede una sensibilità interculturale, intrinseca o appresa, che gli permette di cambiare prospettiva (shift):

è necessario dimostrarsi empatici, interpretare i segnali degli altri, dando e ricevendo i feed-back in maniera corretta e adottare processi di apprendimento e adattamento.

La persona multiculturale non utilizza uno stesso parametro di giudizio per giudicare le diverse situazioni, ma adotta nuovi sistemi di valutazione in base al contesto in cui si trova.

In ambito business, è necessario che i manager siano formati, e sviluppino sensibilità interculturale.

A causa della globalizzazione economica, imprese molto distanti si trovano a dover comunicare tra loro molto frequentemente e, dovendo lavorare a fianco di individui di culture totalmente diverse dalla nostra, possono nascere equivoci e malintesi che portano poi ad una situazione di conflitto.

L’acquisizione delle abilità di comunicazione interculturale, secondo Hofstede, antropologo e psicologo olandese, avviene in tre fasi: consapevolezza, conoscenza e abilità.

La prima consiste nel riconoscere che ciascuno ha un proprio software mentale che deriva dal modo in cui è cresciuto; poi viene la conoscenza dei simboli, dei riti e dei costumi delle altre culture, necessaria per interagire con esse. L’ultima fase è l’abilita di comunicare tre diverse culture culture che deriva dalla consapevolezza, la conoscenza e l’esperienza personale.

Se vuoi scoprire come applicare la comunicazione interculturale al mondo aziendale e far crescere il tuo business, torna a trovarci per leggere il nostro prossimo articolo.

 

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L’ (export) manager pinocchio: come la menzogna ti aiuta a fare business

L’onestà è la verità sono caratteristiche naturali delle persone e potrebbero essere la miglior policy per raggiungere gli obiettivi di business ma… la menzogna e l’inganno sono, allo stesso modo, elementi essenziali dell’essere umano.

Mentire è una parte del nostro processo di sviluppo, come parlare e camminare. I bambini imparano a mentire nell’età tra i due e i 5 anni e lo fanno per testare la loro autonomia ed indipendenza.

Abbiamo tanti esempi di grandi personaggi pubblici bugiardi, il buon vecchio Bill (Clinton)

“I did not have sexual relations with that woman”

oppure, in tempi più recenti, il caro Donald (Trump)

“I won the popular vote if you deduce the millions of people who voted illegally”.

Ma perché i manager (export e non solo) mentono?

Per raggiungere l’obiettivo, viene immediatamente da pensare.

Si mente perché, si crede, in questo modo, di conquistare il traguardo desiderato, prefissato da sé o dalla azienda con la quale si collabora. Giusto?

“We all lie, but not all lies are the same. People lie and tell truth to achieve a goal: we lie if honesty won’t work”

(Tim Levine, ricercatore)

Ma, torniamo alla domanda di poco sopra: “siamo certi che mentiamo per raggiungere l’obiettivo?”

Sul finire degli anni 90 alcuni professori dell’università californiana di Santa Barbara hanno dimostrato, conducendo una ricerca su 147 adulti, che si mente, in media, una o due volte al giorno. La maggior parte di queste menzogne sono tendenzialmente di piccola entità, si mente per coprire una propria inadeguatezza o per proteggere i sentimenti altrui.

Anche nel business ti chiedo io?

Non sono a conoscenza di ricerche di questo tipo per il business e mi concentro, pertanto, a riportare i dati della ricerca vestendoli dell’abito export.

“The truth comes naturally, but lying takes effort and a sharp, flexible mind”

(Bruno Verschuere, psicologo)

Gli studiosi offrono una classificazione delle menzogne in 4 tipologie:

1- le menzogne utili a promuovere se stessi

2- le menzogne utili per proteggere se stessi

3 – le menzogne utili ad influenzare gli altri

4 – quelle poco chiare

Il gruppo 1, che rappresenta circa il 44% dei motivi principali per cui si mente, racchiude i seguenti (presunti) vantaggi:

  • vantaggio economico: ossia la menzogna che porta un qualche beneficio monetario per sé o per l’azienda;
  • vantaggio personale: con la menzogna che pensiamo possa portare dei vantaggi diversi da quelli puramente economici;
  • un vantaggio in termini di personal brand con la menzogna volta a formare un’immagine positiva di se stessi;
  • un vantaggio a sfondo umoristico come quando l’(export) manager burlone racconta storielle false divertenti, barzellette o fa battute con i clienti (warning all’impatto interculturale, ne parlerò in un nuovo articolo).

Il gruppo 2 che rappresenta il 36% dei casi viene rappresentato da due situazioni tipo:

  • la menzogna per scopi di evitamento ossia l’(export) manager che mente per fuggire ad una situazione scomoda o per evitare un incontro;
  • la menzogna per nascondere un errore proprio o dell’azienda.

Il gruppo 3 rappresenta l’11% del totale e comprende due macro situazioni:

  • la menzogna con fine altruistico come l’(export) manager che copre una mancanza di un collaboratore o di un altro department aziendale;
  • la bugia maliziosa che serve intenzionalmente a ferire qualcun altro, come il competitor per esempio.

Il gruppo 4 che rappresenta solo il 9% dei casi racchiude due casi tipo:

  • la menzogna per ferire qualcun altro
  • la menzogna di tipo patologico che tende ad ignorare la realtà.

E tu che “liar” sei?

“Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che promettono di farti ricco dalla mattina alla sera. Per il solito, o sono matti o imbroglioni!”

Carlo Collodi

 

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Cosa direbbe Van Gogh?

“Non c’è blu senza il giallo e senza l’arancione”

affermava il famoso pittore olandese. E se non fosse così per tutte le lingue?

Se finora abbiamo scritto di lingue nelle quali esistono molte parole diverse per indicare uno stesso oggetto (vedi Come finestre e porte sul mondo del 10 luglio 2017), oggi accenneremo al caso contrario, cioè a quelle curiose situazioni nelle quali esiste una varietà di vocaboli alquanto limitata.

Perché questo aspetto sarebbe legato alla vita di un popolo?

Evidentemente anche la scarsità di parole per riferirsi a qualcosa ci dice molto sulla cultura di quel popolo: se non esiste la necessità di nominare un oggetto/concetto, perché creare una parola che lo rappresenti?

Se pensiamo ai colori, viene naturale credere che ogni lingua abbia coniato una parola specifica per indicare, se non proprio ogni sfumatura, almeno ogni colore.

E se vi dicessimo che esistono lingue che distinguono solo il bianco e il nero senza avere vocaboli che si riferiscano a tutti gli altri colori? In Papua Nuova Guinea, ad esempio, usano il termine mili per riferirsi a tutto ciò che tende verso una tonalità scura, mentre la parola mola per le tonalità chiare.

Una delle lingue parlate in Liberia distingue solo due parole per catalogare i colori: ziza (rosso, arancione, giallo) e hui (verde, blu e viola). Proviamo a riflettere su un caso specifico che potrebbe accadere se aveste dei partner commerciali in questo paese: se un cliente liberiano ordinasse un vostro prodotto indicando “ziza” nella colonna colore… sareste in grado di capire immediatamente a quale tinta nello specifico si stia riferendo?

Si tratta sicuramente di casi limite e forse apparentemente troppo lontani dai nostri affari, ma mai poveri di significato.

Riflettere sulla cultura e sulla lingua di un paese apre innanzitutto i recinti mentali, prima che i portafogli per concludere affari.

Fare business all’estero significa approcciarsi all’export attraverso una strategia e una sensibilità che Ellecubica mette in campo grazie al suo team di professionisti e alla sua decennale esperienza. Contattataci per una consulenza o semplicemente per farci delle domande, saremo felici di aiutarti!

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The daily bread: guadagnarsi la pagnotta

Chi non ha usato almeno qualche volta l’espressione “guadagnarsi la pagnotta” riferendosi al proprio lavoro e a ciò che si fa per portare a casa uno stipendio a fine mese?

Senza soldi non si mangia, quindi niente pane se non si lavora.

Un’immagine forse un po’ demodé, ma usata anche da altre lingue, come ad esempio l’inglese che parla di guadagnarsi il “daily bread”, letteralmente il “pane quotidiano”.

Si tratta forse di un articolo sull’arte della panificazione?

No, oggi vi parliamo di alcuni modi particolari e inusuali di guadagnarsi la pagnotta nel mondo.

E, soprattutto, delle parole che sono state coniate per descrivere tali attività.

Come abbiamo già scritto nelle scorse settimane, se una lingua crea una parola per identificare un concetto o un oggetto è perché esso riveste una certa importanza per quella cultura o ne riflette semplicemente un fenomeno diffuso.

L’espressione giapponese yo o wataru significa letteralmente “attraversare il mocoaching bresciando a piedi”, ma nulla ha a che vedere con un semplice viaggio: essa si traduce con la frase “guadagnarsi da vivere”.

In Russia c’è chi sbarca il lunario facendo il koshatnik, cioè il contrabbandiere di gatti rubati, mentre in Danimarca vi potrebbe capitare di candidarvi per un posto vacant
e come fyrassistent, l’assistente del custode di un faro.

 

Se invece doveste conoscere un hawaiano che
lavora come lomilomi, sappiate che state parlando con il massaggiatore del capo… che si occupa anche della pulizia dei suoi sputi.

Se vuoi vendere in un paese “straniero” devi conoscerne usi e costumi, in poche parole, devi conoscerne la cultura.

Ellecubica è a fianco delle PMI per aiutarle ad entrare nel mondo del lavoro del paese nel quale desiderano esportare grazie a innovative strategie di export coaching e a collaboratori preparati e motivati.

Ogni paese richiede una strategia di ingresso specifica che tenga conto non solo delle mere caratteristiche economiche ma anche culturali di ogni singola realtà.

Contattaci per avere informazioni circa i nostri servizi di export coaching.

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CULTURA(LLL)Y: Paese che vai saluto che trovi

L’atto del salutarsi, e di conseguenza la sua espressione verbale, è una delle primissime cose che si apprendono in una lingua straniera. Il saluto ci permette, infatti, di avviare il primo contatto e risponde al bisogno dell’uomo di comunicare e di instaurare relazioni.

Ma… paese che vai, saluto che trovi.

E, visto l’impatto che la prima impressione può esercitare sui nostri interlocutori, è sempre bene informarsi sui saluti e gli approcci usati nel paese in cui si desidera viaggiare o lavorare.

L’inchino giapponese è ormai entrato nell’immaginario collettivo come uno dei gesti che più contraddistingue la popolazione nipponica.

E se gli inchini non fossero tutti uguali? 

Già, perché la parola ojigi indica l’inchino in generale, ma a seconda della situazione e soprattutto dell’interlocutore che stiamo salutando, è necessario decidere se fare un semplice eshaku (leggero inchino), un keirei (il busto si inclina di circa 45 gradi) o un saikeirei (inchino profondo di devozione).

L’inchino a un amico o conoscente può essere lieve, ma davanti al Primo Ministro il busto deve sicuramente abbassarsi oltre i 45 gradi.

Non pensate male del vostro interlocutore se siete sulle isole Gilbert del Pacifico nel caso in cui si avvicinasse con naturalezza a voi per strofinare il suo naso contro il vostro, arou pairi è il nome dato a questo tipo di saluto.

Molto più pratici sono invece in Sri Lanka, dove la sola parola ayubowan vale per il buongiorno, il buon pomeriggio, la buona sera e l’arrivederci.

Per sapere come comportarsi anche in queste situazioni e non far naufragare un buon affare per colpa di un approccio sbagliato, Ellecubica è presente per dare agli imprenditori tutti gli strumenti utili per fare export anche attraverso una buona e ragionata comunicazione interculturale.

Perché ricorda:

Le parole e i gesti sono quelli che, ancor prima del nostro curriculum, colpiscono in positivo o ahimè in negativo i nostri potenziali clienti o fornitori. 

Contattaci per avere maggiori informazioni, siamo a tua disposizione!

(Testo di Dr.ssa Giulia di Placido, Export junior coach)

Leggi anche :

CULTURA(LLL)Y: Come finestre e porte sul mondo

Picture: pixabay

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CULTURA(LLL)Y: Disgrazie che rendono felici

 

Quante volte capita, nell’ambito di una traduzione, di imbattersi in parole difficilmente traducibili con una parola equivalente nella propria lingua madre?

Molto più spesso di quanto si possa immaginare e noi di Ellecubica lo sappiamo bene!

È il caso di quelle parole che nella loro lingua madre esprimono un concetto che deve poi essere necessariamente tradotto con un giro di parole in un’altra lingua perché ciò che è importante o necessario nominare per una cultura con una parola dedicata, non è necessariamente ugualmente rilevante per un’altra.

Un esempio che rappresenta al meglio questo processo e che conosciamo anche grazie alla nostra esperienza lavorativa specifica in Germania, è la traduzione in italiano della parola tedesca “Schadenfreude” (lett. disgrazia-gioia) che nella nostra lingua viene resa attraverso una spiegazione: “sentimento di gioia o piacere che deriva da una disgrazia altrui”.

Chi di noi non ha mai provato, almeno una volta nella vita, un pizzico di soddisfazione nel vedere fallire qualcuno di poco simpatico? E’ umano, giusto?

Esiste però in italiano un sostantivo che indichi questo concetto? Al momento no.

Le lingue, però, sono un magma liquido che scorre e si solidifica, ma solo fino alla eruzione successiva, quindi nulla ci vieterebbe di creare un neologismo.

Una parola entra però nel linguaggio comune se rappresenta un aspetto culturale della popolazione stessa che la andrebbe ad utilizzare, se tale parola risponde cioè ad un bisogno di esprimere qualcosa di importante e funzionale.

Ellecubica è pronta a rispondere alle sfide legate alle differenze culturali e alle lingue straniere per creare una comunicazione interculturale efficace e concreta.

Se vuoi vendere all’estero devi conoscere molto bene la lingua del paese di riferimento senza limitarti a google translator.

Noi di Ellecubica conosciamo molto bene il valore della comunicazione interculturale, per questo affianchiamo e supportiamo gli imprenditori e le loro aziende nello sviluppo di processi di export e internazionalizzazione fornendo anche quegli strumenti adatti a sciogliere i nodi culturali e a sbloccare i freni linguistici.

Picture: pixabay

 

Leggi anche :

CULTURA(LLL)Y: Come finestre e porte sul mondo

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CULTURA(LLL)Y: Come finestre e porte sul mondo

Comunicare utilizzando una lingua straniera non significa semplicemente apprenderne la grammatica o impararne i vocaboli a memoria. Certo, una struttura linguistica solida va creata su basi incrollabili, ma pensiamo a cosa sarebbe una casa senza finestre?

Nelle lingue straniere le finestre rappresentano gli occhi sulla cultura di un paese straniero e, al pari della loro funzione nelle nostre abitazioni, esse riescono a far entrare la luce che illumina ed enfatizza tutti quei profili assolutamente necessari per chi fa dell’internazionalizzazione il proprio credo. E la cultura passa sempre attraverso la lingua.

Come?

Gli inuit, ad esempio, utilizzano più di 50 termini differenti per riferirsi alla “neve” (kiksrukak: semi sciolta, nutaryuk: fresca, sullarniq: soffiata all’interno delle abitazioni, etc etc).

Cosa ci suggerisce ciò?

Sicuramente che se una lingua dedica così tanti vocaboli specifici alle innumerevoli sfumature di significato create, ciò sta ad indicare l’alto valore e l’importanza che tale oggetto o concetto riveste per quella popolazione.

Dunque un aspetto culturale importante viene evidenziato dalla lingua stessa.

In albanese esistono 27 differenti termini per indicare altrettanti tipi di baffi e di sopracciglia che suggeriscono, quindi, l’interesse di questo popolo per tali dettagli del viso (holl: baffi sottili, big: baffi a manubrio, rruar: baffi appena rasati, vetullhequr: sopracciglia depilate con la pinzetta, etc etc). Un paio di baffi ben tenuti sono, quindi, sicuramente un buon biglietto da visita.

E ancora, la tribù baniwa del Brasile utilizza 29 parole diverse per le formiche, mentre nella lingua somala esistono una quarantina di parole per ogni varietà di cammello. Più un animale è importante per il sostentamento e per la cultura di una società, più le parole per indicarli e descriverli saranno numerose.

La lingua è lo specchio della cultura di un popolo, non solo il suo mezzo di comunicazione ed è in grado di comunicare valori e usanze, perché è attraverso la parola che tutto si tramanda.

Noi di Ellecubica conosciamo molto bene il valore della comunicazione interculturale, per questo affianchiamo e supportiamo gli imprenditori e le loro aziende nello sviluppo di processi di export e internazionalizzazione fornendo anche quegli strumenti adatti a sciogliere i nodi culturali e a sbloccare i freni linguistici.

Se vuoi vendere all’estero puoi aprire finestre grazie alla conoscenza della lingua, ma, per entrare dalla porta, servono certamente altri strumenti: le risorse (economiche ed umane), una strategia smart, una ricerca di mercato e la forma mentis idonea.

Noi ti aiutiamo in ogni aspetto.

Per aprire porte e non solo finestre.

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Thursday @ 13.37

Ogni ultimo giovedì del mese? Alle 13.37!

Perché?

Ci sono domande che restano senza risposte, sei d’accordo?

Ecco perchè non sappiamo dirti perchè abbiamo scelto l’ultimo giovedì del mese alle 13,37 per l’invio della newsletter contenenti i nostri reading tips, perchè ci piaceva, that’s it!

E’ un appuntamento creato per tutti coloro che ci scrivono chiedendoci consigli di lettura o approfondimenti sui temi che trattiamo.

Vedrai, questa nuova iniziativa piacerà anche a te!

Per il mese di aprile abbiamo messo insieme titoli da discipline diverse, li abbiamo indicati qua sotto.

E’ la nostra prima edizione e le prossime saranno arricchite da un tocco in più, per ora ti chiediamo di farci sapere che ne pensi..attendiamo i tuoi commenti.

Enjoy!

 

 

Per un primo approccio alla comunicazione interculturale

  • Ida Castiglioni “La comunicazione interculturale: competenze pratiche” [Carocci Editore]
  • Barbara Guidetti “Educazione e pedagogia interculturale in azienda” [FrancoAngeli]

Per lavorare sulla leadership e l’intelligenza emotiva

  • Daniel Goleman “Intelligenza emotiva” [Best Bur]
  • James Kerr “Legacy: 15 lessons in leadership” [Constable London]

Per esplorare il mondo del coaching

  • John Whitmore “Coaching” [S&K]
  • Miquel Angel Violan “Coaching Guardiola” [Vallardi]

Per lavorare sull’export

  • Nicola Minervini “Ingegneria dell’export” [Ipsoa]
  • Piergiorgio Valente “Internazionalizzazione d’impresa e gestione dei mercati esteri” [Wolters Kluwer]

Per leggere di altro e lasciarsi ispirare

  • Franco Michieli “La vocazione di perdersi: piccolo saggio su come le vie trovano i viandanti” [Ediciclo editore]
  • Giulia Di Placido “Tre strati” [Marco Serra Tarantola]
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Come ottenere uova d’oro dalle tue galline

C’era una volta la gallina dalle uova d’oro… c’era una volta, adesso non c’è più. Il contadino l’ha ammazzata per svuotarla del suo contenuto ma è rimasto…a bocca asciutta. Niente più uova per lui.

E’ ciò che accade, spesso, a imprenditori e manager che vogliono incrementare le performance dei propri collaboratori, quelli che loro, spesso, si ostinano a chiamare “dipendenti” senza comprendere che la parola “dipendente” già di per sé esclude agli stessi la possibilità di essere autonomi e, chissà, magari pure di performare al meglio delle loro possibilità. Questa situazione è un evergreen all’interno delle organizzazioni anche quando si tratta di progetti di internazionalizzazione, in cui, ancora di più sono le specifiche competenze del singolo ad essere di vitale importanza per il buon esito del progetto.

L’imprenditore o manager che fa la “voce grossa” pur, di fatto, senza dover alzare la voce, è il miglior antidoto per l’equilibrio motivazionale dei propri collaboratori, equilibrio che è strettamente legato al senso di auto-efficacia.

La teoria di Bandura in tal senso definisce il senso di “ senso di autoefficacia “ come la convinzione nelle proprie capacità, convinzione di saper organizzare e svolgere delle azioni per gestire le situazioni e raggiungere i risultati prefissati. Ma, se il capo fa continuamente la “voce grossa” e tende a sminuire le capacità dei propri collaboratori il senso di auto efficacia diminuisce sempre di più finché la gallina torna a produrre uova classiche o, addirittura, sciopera e non produce più alcun uovo.

Tanto più i nostri collaboratori si sentiranno adeguati alle situazioni interculturali che devono affrontare tanto maggiore sarà il loro livello di ambizione ed aspirazione, la loro motivazione e le loro possibilità di avere successo.

Le situazioni interculturali, per loro natura, racchiudono tanto opportunità quanto avversità.

Lasciare autonomia nella valutazione delle situazioni e nella proposta di soluzioni è il miglior modo per motivare il proprio team e far si che continui a produrre uova d’oro.

Al contrario chiedere loro di essere propositivi e poi cassare ogni idea o progetto perchè non adeguato crea una frustrazione che può portare ben presto a situazioni di stallo prima e fuga poi.

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Allora che si fa?

Come si ottengono uova d’oro dalle nostre galline?

Nei percorsi di coaching, business ed export, io applico un metodo molto semplice ed altrettanto efficace.

E’ in 5 step.

Le prime due fasi alternano attività di coaching ad attività di consulenza.

Step nr. 1: eseguiamo una mappatura di competenze (hard skills) e potenzialità (soft skills) per ogni collaboratore del progetto.

Step nr. 2: definiamo i ruoli e le responsabilità per ogni risorsa allocata al progetto.

Molto spesso, il mio intervento in azienda come export coach avviene in un momento avanzato del progetto quando le risorse messe in campo non danno risultati e si corre ai ripari perchè le galline hanno smesso di fare uova o, addirittura, non hanno mai iniziato. E allora si pensa a dei cambi strategici, si naviga a vista zigzagando tra competenze che mancano e opportunità da cogliere al volo.

Il coach, a questo punto, si focalizza sulle risorse umane perchè prima di intervenire con cambiamenti drastici di strategia è indispensabile far funzionare al meglio le risorse che già si hanno a disposizione. Se ancora non è presente si fa una mappatura + ridefinizione (come da step precedenti) utilizzando gli strumenti dell’export coaching.

Se invece la situazione è già ben chiara allora ci si concentra sui passaggi successivi.

Step nr. 3: check up delle risorse interne (le nostre galline) con distinzione tra due gruppi, quelle che hanno un forte orientamento all’azione (locus of control interno) e che sono determinate a perseguire gli obiettivi che si prefiggono e, quelle che hanno un orientamento all’inazione e dipendono dagli altri (locus of control esterno) e che tendono ad avere un approccio fatalista rispetto alla loro stessa vita e all’ambiente. Per ogni gruppo c’è una tipologia di allenamento motivazionale ben diversa.

Step nr. 4: condivisione dei risultati nel gruppo di lavoro per identificare le azioni sinergiche da mettere in campo al fine di rimettere in circolo la motiv-azione per ognuno dei due gruppi e dei singoli collaboratori. Nel farlo viene utilizzata la tecnica bottom up che, partendo dal basso, progetta degli interventi strategici che siano condivisi e quindi automotivanti. Perché la 4° regola della motivazione ricorda

“La partecipazione attiva è motivante”

Step nr. 5: attivazione del feedback secondo lo schema SKS (stop doing, keep doing & start doing) tra imprenditore/manager e collaboratori partendo da tre semplici domande:

  1. Per raggiungere il nostro obiettivo di export cosa dobbiamo smettere di fare (internamente come fattore demotivante ed esternamente come errore strategico)?
  2. Cosa dobbiamo continuare a fare (internamente come fattore potenziante ed esternamente come fattore strategico ed operativo nel breve e medio periodo)?
  3. Cosa dobbiamo iniziare a fare (internamente come fattore motivante ed esternamente come fattore strategico a medio e lungo termine)?

Last but not least: ricorda che le tue galline hanno, molto probabilmente, delle leve motivazioniali diverse dalle tue e che ciò che motiva te potrebbe de-motivare loro.

Il primissimo step è quello di esplorarle e riconoscerle:

coaching bresciaper questo ti serve un coach.

Il fai da te funziona solo se hai le competenze adeguate.

Buona giornata e un augurio pasquale con tante uova d’oro per il tuo business!