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Cultura(LLL)Y

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Comunicazione e sensibilità interculturale

La parola comunicazione deriva da una antica radice sanscrita (com, con il senso di “mettere in comune”) successivamente evoluta nel latino communis (comune) composto dall’unione di cum (insieme) e munis (obbligazione): vi è dunque in questa parola un elemento che richiama alla reciprocità.

Comunicare significa, quindi, condividere e la comunicazione è una consuetudine che agisce da collante della società.

In base al primo assioma della Scuola di Palo Alto è impossibile non comunicare, ovvero non esiste un qualcosa che sia un non-comportamento o, più semplicemente, non è possibile non avere un comportamento. La comunicazione non è vista come qualcosa che una persona fa ad un’altra, ma un processo in cui i soggetti creano una relazione interagendo l’un l’altro e contribuiscono a co-costruire la realtà.

Ogni comunicazione può essere quindi considerata interculturale, visto che ci permette di acquisire la capacità di accettare dei valori diversi dai nostri.

Si può dire che l’uomo possiede una sensibilità interculturale, intrinseca o appresa, che gli permette di cambiare prospettiva (shift):

è necessario dimostrarsi empatici, interpretare i segnali degli altri, dando e ricevendo i feed-back in maniera corretta e adottare processi di apprendimento e adattamento.

La persona multiculturale non utilizza uno stesso parametro di giudizio per giudicare le diverse situazioni, ma adotta nuovi sistemi di valutazione in base al contesto in cui si trova.

In ambito business, è necessario che i manager siano formati, e sviluppino sensibilità interculturale.

A causa della globalizzazione economica, imprese molto distanti si trovano a dover comunicare tra loro molto frequentemente e, dovendo lavorare a fianco di individui di culture totalmente diverse dalla nostra, possono nascere equivoci e malintesi che portano poi ad una situazione di conflitto.

L’acquisizione delle abilità di comunicazione interculturale, secondo Hofstede, antropologo e psicologo olandese, avviene in tre fasi: consapevolezza, conoscenza e abilità.

La prima consiste nel riconoscere che ciascuno ha un proprio software mentale che deriva dal modo in cui è cresciuto; poi viene la conoscenza dei simboli, dei riti e dei costumi delle altre culture, necessaria per interagire con esse. L’ultima fase è l’abilita di comunicare tre diverse culture culture che deriva dalla consapevolezza, la conoscenza e l’esperienza personale.

Se vuoi scoprire come applicare la comunicazione interculturale al mondo aziendale e far crescere il tuo business, torna a trovarci per leggere il nostro prossimo articolo.

 

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Cosa direbbe Van Gogh?

“Non c’è blu senza il giallo e senza l’arancione”

affermava il famoso pittore olandese. E se non fosse così per tutte le lingue?

Se finora abbiamo scritto di lingue nelle quali esistono molte parole diverse per indicare uno stesso oggetto (vedi Come finestre e porte sul mondo del 10 luglio 2017), oggi accenneremo al caso contrario, cioè a quelle curiose situazioni nelle quali esiste una varietà di vocaboli alquanto limitata.

Perché questo aspetto sarebbe legato alla vita di un popolo?

Evidentemente anche la scarsità di parole per riferirsi a qualcosa ci dice molto sulla cultura di quel popolo: se non esiste la necessità di nominare un oggetto/concetto, perché creare una parola che lo rappresenti?

Se pensiamo ai colori, viene naturale credere che ogni lingua abbia coniato una parola specifica per indicare, se non proprio ogni sfumatura, almeno ogni colore.

E se vi dicessimo che esistono lingue che distinguono solo il bianco e il nero senza avere vocaboli che si riferiscano a tutti gli altri colori? In Papua Nuova Guinea, ad esempio, usano il termine mili per riferirsi a tutto ciò che tende verso una tonalità scura, mentre la parola mola per le tonalità chiare.

Una delle lingue parlate in Liberia distingue solo due parole per catalogare i colori: ziza (rosso, arancione, giallo) e hui (verde, blu e viola). Proviamo a riflettere su un caso specifico che potrebbe accadere se aveste dei partner commerciali in questo paese: se un cliente liberiano ordinasse un vostro prodotto indicando “ziza” nella colonna colore… sareste in grado di capire immediatamente a quale tinta nello specifico si stia riferendo?

Si tratta sicuramente di casi limite e forse apparentemente troppo lontani dai nostri affari, ma mai poveri di significato.

Riflettere sulla cultura e sulla lingua di un paese apre innanzitutto i recinti mentali, prima che i portafogli per concludere affari.

Fare business all’estero significa approcciarsi all’export attraverso una strategia e una sensibilità che Ellecubica mette in campo grazie al suo team di professionisti e alla sua decennale esperienza. Contattataci per una consulenza o semplicemente per farci delle domande, saremo felici di aiutarti!

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CULTURA(LLL)Y: Paese che vai saluto che trovi

L’atto del salutarsi, e di conseguenza la sua espressione verbale, è una delle primissime cose che si apprendono in una lingua straniera. Il saluto ci permette, infatti, di avviare il primo contatto e risponde al bisogno dell’uomo di comunicare e di instaurare relazioni.

Ma… paese che vai, saluto che trovi.

E, visto l’impatto che la prima impressione può esercitare sui nostri interlocutori, è sempre bene informarsi sui saluti e gli approcci usati nel paese in cui si desidera viaggiare o lavorare.

L’inchino giapponese è ormai entrato nell’immaginario collettivo come uno dei gesti che più contraddistingue la popolazione nipponica.

E se gli inchini non fossero tutti uguali? 

Già, perché la parola ojigi indica l’inchino in generale, ma a seconda della situazione e soprattutto dell’interlocutore che stiamo salutando, è necessario decidere se fare un semplice eshaku (leggero inchino), un keirei (il busto si inclina di circa 45 gradi) o un saikeirei (inchino profondo di devozione).

L’inchino a un amico o conoscente può essere lieve, ma davanti al Primo Ministro il busto deve sicuramente abbassarsi oltre i 45 gradi.

Non pensate male del vostro interlocutore se siete sulle isole Gilbert del Pacifico nel caso in cui si avvicinasse con naturalezza a voi per strofinare il suo naso contro il vostro, arou pairi è il nome dato a questo tipo di saluto.

Molto più pratici sono invece in Sri Lanka, dove la sola parola ayubowan vale per il buongiorno, il buon pomeriggio, la buona sera e l’arrivederci.

Per sapere come comportarsi anche in queste situazioni e non far naufragare un buon affare per colpa di un approccio sbagliato, Ellecubica è presente per dare agli imprenditori tutti gli strumenti utili per fare export anche attraverso una buona e ragionata comunicazione interculturale.

Perché ricorda:

Le parole e i gesti sono quelli che, ancor prima del nostro curriculum, colpiscono in positivo o ahimè in negativo i nostri potenziali clienti o fornitori. 

Contattaci per avere maggiori informazioni, siamo a tua disposizione!

(Testo di Dr.ssa Giulia di Placido, Export junior coach)

Leggi anche :

CULTURA(LLL)Y: Come finestre e porte sul mondo

Picture: pixabay

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CULTURA(LLL)Y: Disgrazie che rendono felici

 

Quante volte capita, nell’ambito di una traduzione, di imbattersi in parole difficilmente traducibili con una parola equivalente nella propria lingua madre?

Molto più spesso di quanto si possa immaginare e noi di Ellecubica lo sappiamo bene!

È il caso di quelle parole che nella loro lingua madre esprimono un concetto che deve poi essere necessariamente tradotto con un giro di parole in un’altra lingua perché ciò che è importante o necessario nominare per una cultura con una parola dedicata, non è necessariamente ugualmente rilevante per un’altra.

Un esempio che rappresenta al meglio questo processo e che conosciamo anche grazie alla nostra esperienza lavorativa specifica in Germania, è la traduzione in italiano della parola tedesca “Schadenfreude” (lett. disgrazia-gioia) che nella nostra lingua viene resa attraverso una spiegazione: “sentimento di gioia o piacere che deriva da una disgrazia altrui”.

Chi di noi non ha mai provato, almeno una volta nella vita, un pizzico di soddisfazione nel vedere fallire qualcuno di poco simpatico? E’ umano, giusto?

Esiste però in italiano un sostantivo che indichi questo concetto? Al momento no.

Le lingue, però, sono un magma liquido che scorre e si solidifica, ma solo fino alla eruzione successiva, quindi nulla ci vieterebbe di creare un neologismo.

Una parola entra però nel linguaggio comune se rappresenta un aspetto culturale della popolazione stessa che la andrebbe ad utilizzare, se tale parola risponde cioè ad un bisogno di esprimere qualcosa di importante e funzionale.

Ellecubica è pronta a rispondere alle sfide legate alle differenze culturali e alle lingue straniere per creare una comunicazione interculturale efficace e concreta.

Se vuoi vendere all’estero devi conoscere molto bene la lingua del paese di riferimento senza limitarti a google translator.

Noi di Ellecubica conosciamo molto bene il valore della comunicazione interculturale, per questo affianchiamo e supportiamo gli imprenditori e le loro aziende nello sviluppo di processi di export e internazionalizzazione fornendo anche quegli strumenti adatti a sciogliere i nodi culturali e a sbloccare i freni linguistici.

Picture: pixabay

 

Leggi anche :

CULTURA(LLL)Y: Come finestre e porte sul mondo

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CULTURA(LLL)Y: Come finestre e porte sul mondo

Comunicare utilizzando una lingua straniera non significa semplicemente apprenderne la grammatica o impararne i vocaboli a memoria. Certo, una struttura linguistica solida va creata su basi incrollabili, ma pensiamo a cosa sarebbe una casa senza finestre?

Nelle lingue straniere le finestre rappresentano gli occhi sulla cultura di un paese straniero e, al pari della loro funzione nelle nostre abitazioni, esse riescono a far entrare la luce che illumina ed enfatizza tutti quei profili assolutamente necessari per chi fa dell’internazionalizzazione il proprio credo. E la cultura passa sempre attraverso la lingua.

Come?

Gli inuit, ad esempio, utilizzano più di 50 termini differenti per riferirsi alla “neve” (kiksrukak: semi sciolta, nutaryuk: fresca, sullarniq: soffiata all’interno delle abitazioni, etc etc).

Cosa ci suggerisce ciò?

Sicuramente che se una lingua dedica così tanti vocaboli specifici alle innumerevoli sfumature di significato create, ciò sta ad indicare l’alto valore e l’importanza che tale oggetto o concetto riveste per quella popolazione.

Dunque un aspetto culturale importante viene evidenziato dalla lingua stessa.

In albanese esistono 27 differenti termini per indicare altrettanti tipi di baffi e di sopracciglia che suggeriscono, quindi, l’interesse di questo popolo per tali dettagli del viso (holl: baffi sottili, big: baffi a manubrio, rruar: baffi appena rasati, vetullhequr: sopracciglia depilate con la pinzetta, etc etc). Un paio di baffi ben tenuti sono, quindi, sicuramente un buon biglietto da visita.

E ancora, la tribù baniwa del Brasile utilizza 29 parole diverse per le formiche, mentre nella lingua somala esistono una quarantina di parole per ogni varietà di cammello. Più un animale è importante per il sostentamento e per la cultura di una società, più le parole per indicarli e descriverli saranno numerose.

La lingua è lo specchio della cultura di un popolo, non solo il suo mezzo di comunicazione ed è in grado di comunicare valori e usanze, perché è attraverso la parola che tutto si tramanda.

Noi di Ellecubica conosciamo molto bene il valore della comunicazione interculturale, per questo affianchiamo e supportiamo gli imprenditori e le loro aziende nello sviluppo di processi di export e internazionalizzazione fornendo anche quegli strumenti adatti a sciogliere i nodi culturali e a sbloccare i freni linguistici.

Se vuoi vendere all’estero puoi aprire finestre grazie alla conoscenza della lingua, ma, per entrare dalla porta, servono certamente altri strumenti: le risorse (economiche ed umane), una strategia smart, una ricerca di mercato e la forma mentis idonea.

Noi ti aiutiamo in ogni aspetto.

Per aprire porte e non solo finestre.

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